Cerea, cioè salve,
benvenuti al blog sulla lingua piemontese.
Da molti anni cerco nella rete tutto ciò che riguarda l’idioma dei miei avi e mi sono convinto dell’esistenza di un possibile spazio ancora non occupato da nessuno.
E’ mia intenzione non ripetere ciò che si può già trovare sul web, ma aggiungere contenuti originali.
Sono appassionato della mia terra e della mia lingua, il cosiddetto dialetto piemontese o piemontèis, ma al tempo stesso ho deciso di utilizzare l’italiano in queste pagine perché ho notato l’esistenza di una fascia di pubblico interessata alle questioni della nostra parlata, ma che la padroneggiano per nulla o con difficoltà. E’ un grosso peccato escludere queste persone, che tra non molti anni diventeranno la maggioranza, da questi argomenti.
Il programma che ho in mente prevede di censire anzitutto in maniera critica nella sezione Candatrìfole (ovviamente secondo i miei gusti) ciò che sul web già si può trovare sul piemontese.
Il mio cane da tartufi annusa, cerca e trova nella ragnatela mondiale tutti i siti in lingua piemontese o che trattano di essa.
Nella sezione Piemontèide pubblico invece il primo poema piemontese del terzo millennio, utilizzando il web, cioè il mezzo principe di questa era.
La sezione Etimologie piemontesi è un atto di amore verso alcune delle parole che costituiscono il nostro tesoro linguistico e poiché l’amore è una cosa seria non tratterò questa materia con un approccio enigmistico, ma per quanto possibile scientifico.
Nella sezione Linguistica piemontese troveranno spazio argomenti relativi alla storia ed all’attuale condizione della lingua piemontese, come studiata dall’attuale dialettologia piemontese.
Arrivederci
Sul sito del SIL international, una delle più importanti organizzazioni per la difesa delle lingue in pericolo, ho trovato un interessante articolo relativo agli indicatori di vitalità di una lingua. Queste otto spie sono state testate sulle lingue della Papua Nuova Guinea, uno dei paradisi dei linguisti con moltissimi idiomi in un fazzoletto di terra. Con qualche adattamento essi sono però adattabili anche alla situazione occidentale. Ho voluto quindi valutare la situazione del piemontese in base a questi indicatori. 1) Il primo è la posizione rispetto ai centri urbani della parlata in esame. In particolare aree rurali isolate e ben lontane dalle città tendono a favorire il mantenimento di una parlata, mentre le situazioni urbane privilegiano delle lingue franche che possono essere capite da tutti i gruppi etnici che sulla città convergono. In Piemonte ovviamente le grandi città vedono scomparire più precocemente la lingua madre in favore dell’italiano, ma anche la situazione nelle campagne è grave. 2) Il secondo indicatore è il numero delle diverse sfere della vita sociale in cui la lingua è utilizzata. Ufficialmente vietato nelle sedi assembleari elettive, a meno di essere corredato da traduzione, il piemontese non è di fatto utilizzato negli uffici pubblici, nelle aziende (tranne piccole imprese soprattutto agricole o artigianali), nei mass media, nella scuola, nelle celebrazioni religiose ecc. I campi sociali in cui è utilizzato si limitano alla famiglia, a rapporti amicali e in forma limitata a teatro e musica. Sono sviluppati l’editoria e vi sono alcune presenze sul web, l’unico campo innovativo. 3) Frequenza e tipo del cambiamento di codice: quando due diverse lingue interferiscono tra loro presso lo stesso parlante. Partendo dalla realtà di una comunità omogenea parlante piemontese nei decenni l’italiano si è infiltrato sempre di più, a livello di vocaboli (passaggio da stissa d’eva a gocia d’acqua), di sintassi (costruzioni italianeggianti, modi di dire) per passare poi a diventare l’italiano la lingua base, su cui soprattutto per ragioni di enfasi si innesta qualche vocabolo piemontese (come la scritta Gautedasuta che campeggia sui SUV) 4) Lingua di adozione degli immigrati nell’area esaminata: estremamente semplice da verificare. In Piemonte l’ultima ondata migratoria che ha adottato in massa la lingua regionale è stata quella veneta, soprattutto dopo l’alluvione del Polesine. La successiva emigrazione dal sud non ha invece portato all’adozione del “dialetto” locale in misura significativa. 5) La presenza di strutture di relazioni dense tra individui porta a rafforzare il linguaggio utilizzato: per struttura densa si intende una relazione tra due persone dovuta a più di un fattore: ad esempio A e B sono fratelli, ma sono anche soci della stessa cooperativa e fanno parte dello stesso fan club di calcio e vanno nello stesso bar ecc. Tutto ciò nel caso del piemontese vorrebbe dire portare la lingua utilizzata in molteplici contesti sociali influenzando i comportamenti altrui. Ognuno può verificare nel proprio contesto quanto siano dense le proprie relazioni e quindi quanto siano “linguisticamente missonari” i propri comportamenti. 6) Una forte identità etnica, un orgoglio di gruppo anche riconosciuto all’esterno aiuta a salvaguardare il proprio linguaggio. In Piemonte viviamo il paradosso di un’identità “buona” in quanto unificatori della nazione italiana, quindi portatori d’acqua per un ideale più grande che di fatto stritola l’identità della patria piccola. L’adesione dei Savoia agli ideali risorgimentali, il patrocinio dell’unità nazionale hanno dato un colpo fierissimo alla coscienza piemontese. 7) Il prestigio della lingua in sé è ovviamente un fattore protettivo. Qui siamo agli antipodi della cultura anni ’70 per cui era disdicevole insegnare ai propri figli il “dialetto”: si tratta di uno dei punti in cui la nostra lingua è messa peggio. Ne tratto come un leitmotiv nel mio poema Piemontèide: il piemontese è circondato da idiomi che hanno sempre gettato un’ombra di discredito su di esso: inferiore al latino, al provenzale, al francese ed infine all’italiano. 8 ) L’interesse economico-sociale ad adottare una nuova lingua è chiaramente esiziale per la parlata precedente: stiamo vedendo le forti pressioni in tal senso per imporre l’inglese (non puoi non saperlo, all’estero cosa parli, è nei curricula scolastici, non vuoi essere tagliato fuori, è il nuovo che avanza…), analogamente è successo per l’italiano. Agli otto punti sopra descritti ne aggiungerei altri due più rilevanti nel contesto occidentale: 9) I mass media, cioè i nostri compagni di viaggio occulti, che impongono unidirezionalmente il proprio linguaggio elitario e su questo ci sarebbe da riservare un articolo apposito. 10) La mancanza di rappresentanza politica adeguate delle istanze locali: senza raggiungere la parità di trattamento del francese in Valle d’Aosta o lo statuto legale di lingua minoritaria degli occitani nelle valli di Torino e Cuneo, è indubitabile che l’unico movimento autonomista con un seguito rilevabile politicamente ( diciamo oltre il 5 %), cioè la Lega Nord, ha sempre puntato su rivendicazioni economiche (Roma ladrona) o etniche (Stop all’immigrazione) piuttosto che linguistiche anche perché una lingua padanese, a prescindere da molte fantasie in tal senso, non esiste.
Si trova ovviamente a Torino in zona centrale. Progettato secondo gli ultimi sviluppi della museologia, con postazioni interattive e spazi dedicati ai bimbi e alla didattica. E’ fruibile da tutti anche con la tessera dei musei. Inserito in un antico palazzo nobiliare nel cui cortile interno è presente una struttura avveniristica a forma di gianduiotto. I turisti e gli studiosi sono accompagnati dai volontari “Amis dla lenga piemontèisa”. Le collaborazioni con istituzioni ed atenei internazionali stanno rendendo celebre questo museo….
Questo articolo è di pura fantacronaca in quanto la lingua piemontese non è neppure riconosciuta come idioma dalla normativa nazionale e non le è dedicato alcun museo. La presentazione ufficiale di un’iniziativa simile è invece effettivamente avvenute sul giornale degli abbonati della Tessera dei Musei: si tratta di Son de lenga, dedicato alla lingua occitana presso l’espaci occitan di Dronero. Senza alcuno spirito di rivalità con gli occitani, non potremmo noi piemontesi organizzare qualcosa del genere? O con la mancata televisione in lingua piemontese questo resterà uno dei sogni che non riusciremo mai a realizzare?
Il 21 febbraio del 1952 alcuni studenti bengalesi furono uccisi dalla polizia pakistana poiché stavano dimostrando a favore del diritto ad utilizzare la propria lingua, diversa da quella ufficiale dello Stato. In ricordo di questa strage il 21 febbraio di ogni anno dal 2000 l’Unesco celebra la Giornata internazionale della lingua madre. Essa vuole promuovere la diversità culturale e il multilinguismo. Come molte azioni dell’ONU e dei suoi diversi “bracci” alle parole non seguono sempre i fatti e molte intenzioni rimangono sterili. Ciò non è naturalmente una buona ragione per non apprezzare un’iniziativa lodevole. Qui si entra in un settore minato: che cosa è una lingua madre? Naturalmente quella o quelle dei propri antenati, nel mio caso il piemontese nella sua variante delle colline del Po, che ho già descritto nell’articolo sul dialetto di San Raffaele Cimena. Il tema della giornata del 2012 è l’istruzione in lingua madre, si tratta quindi di un argomento caldissimo nella nostra regione visti i tagli agli insegnamenti in lingua piemontese (consultate il sito di Gioventura Piemontèisa per i dettagli sulla questione). Secondo l’Atlante tenuto dall’Unesco stessa il piemontese sarebbe in pericolo, ma parlato da 2000000 di persone. La cifra sembra strana anche a loro, “inflated” cioè gonfiata. Non sto a commentare perché il buon senso è sufficiente. Vorrei aggiungere una considerazione/provocazione: se ci colorassimo la pelle in modo diverso e indossassimo qualche gonnellino tribale potremmo avere a nostra disposizione qualche associazione per la difesa dei popoli indigeni tipo Survival o l’interesse di qualche fondazione filantropica statunitense: noi siamo un popolo ed anche indigeno, quindi non capisco perché appassionarsi solo a ciò che capita ad altre latitudini. Un genocidio culturale resta tale anche senza violenza e per apatia sociale.
E' passato un anno dal primo articolo su questo blog. Il progetto si è sviluppato, anche se con la limitata disponibilità di tempo di chi scrive, lavoratore a tempo pieno in tutt'altro ramo e felice padre di due bimbi piccoli. E' stato un anno di luci ed ombre, ma per natura tendo a sottolineare le prime. Gli articoli sono stati circa due al mese ed hanno coperto tutti gli argomenti previsti. Il numero di siti sull'argomento lingua piemontese o scritti utilizzandola è cambiato assai poco in questo anno e molti siti sono fermi esattamente al punto di un anno fa. Questo segnale di immobilismo non è affatto positivo, ma io credo che questo possa essere un bell'invito a fare di più per coloro che ci credono. Complimenti ai pochissimi attivi su questo fronte, miei ideali compagni di viaggio. E' stato l'anno del 150esimo dell'unità nazionale, con tutti i rischi a questo connessi per i difensori delle "piccole patrie", ma, passata la sbornia identitaria, supportata da tutti i mass media senza eccezioni, noi ci saremo. In questo contesto ho deciso di pubblicare sul web il mio poema Piemonteide come personale controcanto alle celebrazioni unitariste. Di eccezionale valore mi è sembrata la raccolta di più di 10000 firme effettuata da Gioventura Piemontèisa per il riconoscimento della dignità di lingua al piemontese, questione ovvia per qualunque linguista, ma non per certi politici. E' stato anche per me un anno ricco di letture, intese come siti, articoli e libri. Di alcuni che mi sono parsi significativi ho lasciato traccia nelle pagine del blog. In ogni caso è triste notare che il piemontese semplicemente non faccia mai notizia, non sia mai di attualità. Ho parlato sia delle origini del piemontese, sia delle origini di alcune parole, alcune forse donateci da popoli insospettabili.
Che cosa ci riserva il futuro? Anzitutto il blog proseguirà perché comunque è il frutto di una passione che non tende ad esaurirsi. Ringrazio tutti i miei lettori e i viandanti che sono transitati velocemente su questo sito. Un grazie a coloro che mi hanno linkato, a chi mi ha scritto via mail dandomi dei buoni riscontri. Un grazie a Gianni Davico che mi ha inserito tra i blog degni da leggere nel suo articolo sulla blogosfera piemontese, a Livio Tonso che mi ha segnalato su www.canavesano.org, a Michela Grosso per l'interesse mostrato per il mio poema per conto di una importante casa editrice, a Berto'd Sera che molti anni fa mi aveva spinto a pubblicare il mio poema, a Gioann Pòlli per il suo interessamento. Spero di non offendere chi non è stato incluso. A tutti i miei lettori dico: GENEVE NEN, ANCALEVE PURA'D COMENTE'! Non vi imbarazzate osate tranquillamente commentare!
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Ho notato con piacere che il numero di luglio della rivista Archeo ha come argomento principale la Padania Romana. La questione è trattata dal professore Romolo (il che è tutto dire…) Staccioli. Il distillato di queste pagine intitolate L’invenzione della Padania può essere riassunto nei seguenti punti: 1 Furono i Romani ad associare per un secolo circa in un unico raggruppamento amministrativo le terre di Liguri, Celti e Veneti, popolazioni distinte e normalmente nemiche. 2 Queste terre dopo un secolo vissuto come provincia della Gallia Cisalpina divennero parte dell’Italia. 3 La fondazione di molte colonie latine e romane in tali territori influenzarono pesantemente l’evoluzione successiva. 4 Le classi indigene più elevate tesero a romanizzarsi in cambio di favori economici e politici. Fino a questo punto nulla da dire anche se l’importanza delle colonie romane e latine probabilmente viene spesso esagerata. La cornice in cui queste vicende vengono inserite è invece tesa a dimostrare l’assurdità delle attuali rivendicazioni padaniste, esaltando alcuni fatti e sminuendone altri. In particolare viene magnificata l’alleanza tra Veneti e Romani con sottile ironia, visto l’attuale sentimento di quella regione. Altrettanto perfidamente viene ricordato che l’unica guerra di secessione nella penisola fu combattuta dagli italici centromeridionali contro Roma e i Cisalpini non vi parteciparono se non come alleati di Roma. Tra le righe, depurando ogni furore unitario da 150esimo anniversario dell’Italia moderna, si può comunque trarre un quadro ben differente: molte grandi tribù celtiche combatterono contro Roma e, sconfitte, cercarono di sollevarsi con l’appoggio di Annibale. La riconquista dopo la seconda guerra punica fu ancora più dura. Non si ricorda nell’articolo la deportazione di 36000 Salassi (valdostani e canavesani) come schiavi. Di sfuggita è trattata anche la secolare lotta per rimanere indipendenti dei Ligures (cioè anche dei monferrini e langaroli). Vi si commisero tali efferatezze da scandalizzare persino il Senato romano. Il rapporto tra Roma e popoli padani fu in altri casi ambivalente come quelle del re di Susa che di fatto divenne vassallo. Di questi avvenimenti tratto nei canti dall’ottavo all’undicesimo del mio poema Piemonteide in cui cerco di fare prevalere una visione meno romanofila e di mostrare tutte le opinioni presenti all’epoca. Uno dei personaggi ben evidenziati nell’articolo è il capo dei popolari Caio Flaminio che nelle terre padane vedeva solo campi da distribuire ai suoi partigiani politici e schiavi per Roma. Questo ad indicare quale sentimento “patriottico” da “Italia unita” aleggiasse nelle teste dei colonizzatori. Infine per quanto riguarda il fatto che la prima unione di culture in Padania fosse rappresentata dalla Gallia Cisalpina ho in preparazione un altro articolo che mostra come nella preistoria diverse culture avessero già unificato tale territorio. Tutte queste osservazioni lasciano impregiudicate le opinioni che chiunque può avere relative all’attuale fase politica, ma da una rivista blasonata come Archeo ci si aspetterebbe un maggiore coraggio nella presentazione di tutti i fatti storici.
Fin dalla scuola elementare abbiamo conosciuto lo schema dei colori primari (giallo, rosso e blu) che combinati insieme creano i colori secondari (giallo e rosso danno arancione, blu e rosso danno viola, blu e giallo danno verde). L’insieme dei colori crea un non colore nero. Tale schema con poche modifiche può essere usato per dare una evidenza visiva ai rapporti tra i suoni del sistema vocalico piemontese. Proviamo infatti a sostituire una vocale ad ogni colore base, ad esempio poniamo A=rosso, I=giallo e U=blu. Mescolando tali colori si ottiene un colore intermedio per ogni coppia. Parallelamente per ogni coppia di suoni se ne può individuare un altro con caratteristiche intermedie: E=arancione, O=viola, U francese=verde. Anche per il nero centrale si può trovare una corrispondenza con l’EU francese. Così come i colori non si esauriscono con quelli primari e secondari (rosa, marrone ecc.) così altri suoni vocalici sono possibili: abbiamo due E (cioè due arancioni diversi) e il suono indistinto segnato con la E con dieresi. Questo schema è solo un gioco senza utilità o cela altro? A, I, U sono dal punto di vista articolatorio i suoni pronunciati nei tre posti più distanti e quindi perfettamente distinguibili: sono considerabili suoni primari per analogia con i colori. Esistono molte lingue come l’arabo basate sostanzialmente solo su questi tre suoni ed è stata formulata l’ipotesi che anche l’indoeuropeo fosse basato su tale tripletta. Di certo sono suoni “resistenti”: in molte lingue vi è la tendenza ad avere molti suoni in vocale tonica, cioè accentata, ma non in vocale non tonica. Quando ciò succede i suoni resistenti sono spesso quelli primari (A,I,U). In piemontese ci sono molti fenomeni di questo tipo: anzitutto i suoni O ed EU francese sono solo tonici e in posizione non tonica degradano ad U o U francese. Ad esempio: A lòsna (= lampeggia, con O italiana), ma A losnava (= lampeggiava, con U italiana) Altro caso: Fieul (= figlio con EU francese), ma Fiulin (= ragazzino, con U francese). Anche Le E e le U francesi (vocali secondarie seguendo lo schema dei colori) tendono ad essere sostituite in posizione atona, benché questo fenomeno sia molto meno regolare. La U francese tende ad essere rimpiazzata da I in contesto non accentato. La E tende ad essere solo tonica, trasformandosi piuttosto in E con dieresi con l’eccezione delle desinenze verbali e dei plurali femminili. Molto significativo è il fatto che in entrambe le posizioni le E si trasformino in I in certe zone monferrine fin quasi alle porte di Torino. Esistono anche altre tracce di trasformazione di E in I in posizione atona: ad esempio il diminutivo di Ceco (Francesco) è Cichin e non Cechin. Per quanto riguarda la particolare situazione della E con dieresi (anche essa molto resistente e che allunga addirittura la durata della consonante successiva) parlerò in un articolo dedicato.
Ho avuto un unico incontro, ma per me molto significativo, con il pensiero di Pasolini: risale alle scuole medie quando sull’Antologia di italiano avevo trovato una sua splendida poesia in friulano. Al giorno d’oggi basta digitarne in internet l’incipit “Co la sera a si piert” per trovarne decine di versioni, ma all’epoca (anni ’80) la decisione di includere testi dialettali in un testo scolastico era piuttosto ardita. Ovviamente quella pagina era stata tranquillamente saltata dalla mia insegnante. Molti anni dopo ho acquistato la raccolta di testi pasoliniani “Scritti corsari” e ne ho trovato profonde consonanze. Cito liberamente alcuni brani con commenti che attualizzano a quasi quaranta anni di distanza questi testi. “E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi che non in epoche così lontane da parere astratte.” “Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto…in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà (che in Italia è stata sempre particolare, eccentrica, concreta: mai centralistica; mai del potere)” “Simbolo di questa deviazione brutale e niente affatto rivoluzionaria della propria tradizione culturale è l’annichilimento e l’umiliazione del dialetto che pur restando intatto – statisticamente parlato dallo stesso numero di persone – non è più un modo di essere ed un valore.” “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi” “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.” Il pensiero pasoliniano in sintesi è il seguente: sociologicamente l’Italia pre miracolo economico era un aggregato di gruppi sociali mutuamente distinti e non intenzionati a mescolarsi. Il dialetto era il codice del singolo gruppo sociale e la vitalità del gruppo si rifletteva nella vitalità del dialetto. La civiltà dei consumi ha imposto un modello umano universale di consumatore che per ragioni economiche deve essere il più possibile omogeneo o omologato. La lingua della televisione si impone come modello unico nazionale ed il dialetto viene rifiutato come arretrato. In sintesi lo scioglimento dei diversi gruppi sociali (con il proprio dialetto codice o bandiera vitale ed innovativo) in una enorme aspirante classe media omogenea ed omologata (con un italiano malamente imparato dai mezzi di comunicazione di massa, in primis radio e televisione) è la causa della dissoluzione per vergogna o abiura dei dialetti. Quando Pasolini scrisse di questo io non ero ancora nato ed il panorama attuale è ben diverso, ma storicamente riconosco che la visione fosse corretta. Qual è lo stato dell’arte? Intanto le vecchie classi di età tutte sostanzialmente dialettofone almeno in Piemonte hanno procreato una generazione (la mia, classe ’75) tutta sostanzialmente italianofona. Non vi è alcuna possibile sopravvivenza di una lingua che non viene più trasmessa. Non siamo più di fronte alla semplice perdita di vitalità del dialetto, ma alla sua scomparsa statistica (basta attendere). La classe media o aspirante tale si è in realtà divisa in base ai propri interessi formando nuovi gruppi sociali. Fondamentale in ciò è la tecnologia di internet che permette l’organizzazione di nicchie (sostanzialmente gruppi sociali connessi tramite web). Anche gli amanti del dialetto (come voi lettori di questo blog) sono più “gruppo” tramite questa tecnologia e trovo significativo che ogni esperienza di massa relativa al piemontese sia fallita (no televisione, no giornali) mentre video e blog piemontesisti a modo loro (cioè con costo=ricavo=0) prosperino. Da ciò deriva che l’assunto di base di Pasolini (il dialetto riflette una forma di realtà popolare ed è per natura inadatto ad esprimere valori intellettualmente astratti, benché questi vengano negativamente valutati come sovrastrutture della società dei consumi), coincidente in questo con il pensiero di Umberto Eco sul piemontese(con opposta valutazione dei concetti più intellettuali) non è più valido perché chi oggi sceglie il dialetto lo fa con un atto libero (anzi anticonformistico) e quindi sceglie di riversare i contenuti che meglio crede nel contenitore linguistico deliberatamente scelto. Non sussiste più la relazione biunivoca tra dialetto e cultura popolare. La Wikipedia in piemontese non è lo sforzo inutile di qualche fanatico, ma un prodotto intrinsecamente illuminista (sempre di enciclopedia e quindi di sapere elevato e para-ufficiale si tratta), di una neo elite attualmente perdente dal punto di vista della storia politica. Parallelamente altri fenomeni sociali hanno fatto cadere la censura sul dialetto come retaggio di ignoranza e povertà. Dall’azione politica pluridecennale della Lega (che significativamente ha cercato di collegare istanze etniche ed economiche, ecco nuovamente la classe sociale pasoliniana ) a quella economico culturale dei movimenti di Carlin Petrini (si veda l’ideologia di Terra Madre), tutto sembra spianare la strada al particolarismo.
Visto che un blog è fondamentalmente un diario con idee che possono almeno in parte interessare qualcun altro ed essendo stato svegliato da mia figlia alle cinque (ad essere ottimisti) di mattina della domenica, lascio per una volta alcune idee così come mi si sono presentate al mio cervello in carenza onirica. Non pretendo di seguire alcuna logica coerente, né di avere alcuno scopo concreto.
Elaborazione poetica poliglotta tra lingue sorelle sulla mia attuale situazione esistenziale:
Mi illumino di meno
What is there? Lòn ch’a j’é? My eye and the night Me euj e la neuit
Multi nantes in gurgite vasto
Soluzione al mistero del nome Noè nella Bibbia: si tratta di un enigma insoluto, nelle versioni babilonesi ed ittite pare che il personaggio che costruì l’arca si chiamasse qualcosa come Utanapishtim, decisamente diverso dalla tradizione ebraica. Non vi è alcun mistero alle orecchie di un piemontese: all’apertura dei rubinetti, Utanapishtim, che era stato preso in giro per settimane per il suo progetto nautico, con spirito di rivalsa e sarcasmo velenoso avrebbe gridato in piemontese agli sfortunati alluvionati:”Noé!”, vale a dire “Nuotate!”
Geroglifici piemontesi
I due o tre personaggi che ancora parlano piemontese dopo avere litigato sull’ortografia della nostra lingua ed ispirati dal successo planetario del cinese, notoriamente scritto con centinaia di segni diversi, hanno deciso per una radicale riforma dei caratteri. Stabilito il 2012 come anno di introduzione del nuovo sistema, come scherno all’anno precedente tutto dedicato all’Unità d’Italia, si sono valutate le seguenti opzioni: 1) Scrivere alla lombarda, usare i caratteri tipici del tedesco, le vocali con le dieresi e scrivere O e U come in italiano: tutti capirebbero immediatamente, persino un non piemontese potrebbe leggere da subito qualunque testo. Proposta respinta perché se lo hanno fatto i milanesi noi facciamo diversamente. 2) Utilizzare i caratteri Maya: visto l’anno meglio ingraziarseli. Proposta respinta perché effettivamente scolpire ogni documento nella pietra è un discreto aggravio di costi. 3) Collegandoci alla tradizione di studi subalpina utilizzare dei geroglifici dal vago aspetto egizio, ma con elementi tratti dalla cultura nostrana. Siamo in grado di presentare le prime proposte.
Suoni consonantici: si possono disegnare tutti gli oggetti ed azioni rappresentati da monosillabi che iniziano con tale suono.
Suoni vocalici: visto che facevano tanto erudito già prima si è deciso di mantenere accenti di ogni genere, apostrofi, trattini ed altre diavolerie.
Esempio col suono P: a scelta una pagnotta (Pan),un piede (Pe), un segno più (Pi) o un pino (Pin), il fiume Po (Pò) eccetera. Continuate voi!
Ho recentemente avuto modo di rileggere l’avvincente libro “L’istinto del linguaggio” di Steven Pinker. E’ un concentrato di idee potenti e salde dal punto di vista teorico corredate da gustose esemplificazioni spesso venate di humour “alla Woody Allen”. Si tratta di un’opera che fa esclamare: “Già, è proprio così!” in molti suoi punti e che disintegra alcuni falsi miti spacciati per certezze nel gossip delle scienze sociali. Base della costruzione pinkeriana è l’idea di Noam Chomsky relativa al linguaggio come facoltà innata e strutturata dell’uomo moderno. Non esiste uno spazio vuoto nel cervello che viene riempito con gli stimoli linguistici provenienti dall’ambiente, bensì una struttura semplice, ma potente che organizza i suggerimenti esterni secondo uno schema universale. Il linguaggio non è un artefatto culturale, ma un istinto, una facoltà innata ad apprendere un’arte comunicativa. Da questo concetto di base si sviluppano altre idee cardine tra cui scelgo liberamente quelle attinenti agli argomenti di questo blog. Un primo effetto è che la struttura innata della mente (come viene sviluppata sotto la spinta del patrimonio genetico in un individuo sano psichicamente) costringe ad organizzare il linguaggio in forme standardizzate uguali in tutte le lingue del mondo. Sostantivi, verbi, aggettivi & Co. sotto le differenze di facciata hanno sostanzialmente le stesse funzioni ovunque. Ne deriva un concetto politicamente scorretto, ma estremamente egualitario: non esistono lingue diversamente abili, strutturalmente incapaci di esprimere qualche concetto. E’ chiaro che una lingua parlata in un deserto avrà delle carenze a descrivere neve e valanghe, ma solo in quanto è il concetto stesso ad essere sconosciuto in quell’ambiente, una volta introdotto…no problem. Mentre le costruzioni culturali, come le invenzioni tecniche, variano enormemente nel globo e ciò rende possibile distinguere diversi tipi di civilizzazione (caccia e raccolta, agricoltura e pastorizia, società stratificate) con prodotti culturali diversissimi (dalla pietra scheggiata alla sonda interplanetaria), nulla di tutto ciò è presente in campo linguistico: le lingue di tutto il mondo sono strutture potenti e complesse, non esistono abbozzi di grammatica, mezzi sostantivi, falsi verbi ecc. Non esiste alcuna correlazione tra lo stadio di civilizzazione di un popolo e la completezza del suo idioma: esso sarà sempre perfettamente utilizzabile per tutti gli usi richiesti. Ciò significa pari dignità per tutte le parlate ovunque esse siano situate nella scala sociale. Per stare in Piemonte tra italiano e piemontese, ligure e lombardo, provenzale e francoprovenzale, walser ed ebraico-piemontese e perfino (il vocabolo è volutamente ironico) le parlate “zingare” del nostro territorio. Un’altra idea che viene spazzata via è che noi pensiamo in una lingua specifica; in realtà esiste un mentalese composto da immagini e concetti non verbalizzati che viene costantemente tradotto in una lingua naturale per ovvie ragioni legate alla comunicazione tra individui, ma è certo che persone che non hanno appreso una lingua (neonati e bimbi piccoli, sordi, alcuni tipi di malati) possono correttamente ragionare senza l’ausilio della conoscenza di un linguaggio. A questo si lega la distruzione del mito della lingua che plasmerebbe il pensiero consentendo certi pensieri ed impedendone altri: a certi popoli sarebbero vietate alcune idee in quanto non esprimibili nella propria lingua. Coraggio, piemontesi: nessuno vi impedisce di pensare al babà al rhum o alle orecchiette con la rucola… Una parte del libro che ho trovato interessantissima e molto confortante è legata alle finestre temporali nell’apprendimento di una lingua: i bimbi fino intorno ai quattro anni possiedono un “kit” molto flessibile per imparare un idioma, compresa la capacità di organizzare fluentemente un discorso in una lingua che hanno sentito solo da insegnanti che non la padroneggiano affatto. Questo vero miracolo è sempre legato all’istinto innato del linguaggio che fornisce al bimbo delle tecniche di autocorrezione, anche in presenza di adulti malparlanti. Questa è la risposta definitiva alla diffusissima obiezione: “Io non insegno il dialetto a mio figlio, tanto lo parlo già male io”. Più tristi sono le valutazioni sul periodo post quattro anni: quel magico kit per l’apprendimento di un idioma a livello madrelingua semplicemente scompare, ciò che avviene dopo è un normale apprendimento di lingua straniera! Da qui deriva lo scarso effetto pratico della battaglia culturalmente sacrosanta dell’insegnamento del”dialetto” nelle scuole: alla luce della moderna psicolinguistica andrebbe aggiornata con una ben più efficace lotta per il piemontese negli asili e nei nidi. Una curiosità personale: sento il piemontese dalla nascita perché tutti in famiglia lo parlavano tranne che con me e ritengo di comprenderlo a livello di madrelingua. Non sono mai stato in condizione di doverlo parlare e quando ci provo (sono già piuttosto oltre il limite dei quattro anni di età…) rischio sempre di avere un’interferenza addirittura con l’inglese, evidentemente utilizzo qualche circuito neuronale in cui allegramente convivono tutte le “lingue straniere” apprese nel tempo. Cerea. Bye.
Ho già discusso della presenza di vocali turbate nella parlata subalpina, come tratto francesizzante e quindi celtizzante caratteristico. Ora vorrei trattare di altri fenomeni macroscopici che riportano a quell’antico popolo. Prima di indagare in proposito bisogna avvertire che la tradizione etimologica di origine tedesca ha portato ad identificare molti fenomeni come di origine germanica, esagerandone il ruolo, soprattutto a scapito dei celti. Tra le nozioni linguistiche diffuse a livello popolare vi è la “durezza” della lingua tedesca, spesso parodiata come nel fumetto Sturmtruppen. Uno dei suoni responsabili di tale asprezza è il CH gutturale aspirato. Considerato un tratto tipico caratterizzante del tedesco, non è in realtà universale nelle lingue germaniche ed è più diffuso nel sud della Germania. Un altro luogo dove è presente questo suono è l’Olanda a sud dei grandi fiumi (ad esempio il nome del calciatore Gullit iniziava in olandese con tale suono e non con la G all’italiana). In area mediterranea è lo spagnolo a presentare il suono della jota che tuttavia non si estende dialettalmente a tutta la penisola iberica. La Scozia è con l’Irlanda gaelica la terra tipica del CH fortemente aspirato (es: LochNess). Ricordo che la lettura di un brano in irlandese mi aveva colpito proprio per la presenza di questo suono. Questo elemento porterebbe ad ipotizzare una origine celtica di questo suono: infatti solo i Celti erano diffusi in tutti i territori citati. Se tale congettura fosse corretta bisognerebbe valutare la presenza di tale suono nelle lingue dell’Africa Settentrionale, camito-semitiche. Assumendo una lunga durata nel tempo delle lingue indoeuropee fin dal tempo della diaspora dall’Africa, si potrebbe pensare che le lingue celtiche siano penetrate in Europa dallo Stretto di Gibilterra, invece che dal Medio Oriente come ipotizzabile per gli altri Indoeuropei. Si tende nelle ricostruzioni etimologiche anche del piemontese a sovrabbondare con termini ricostruiti pseudo germanici, sottovalutando l’aspetto celtico. Ora il suono CH non è entrato direttamente in piemontese, anche se alcune C e G dure del nostro idioma non sono altro che la sua trasformazione. Un altro suono ben più diffuso è il GU in alternativa a V. Dove il latino aveva V le lingue con influenza celtica hanno trasformato tale suono in GU. E’ una trasformazione regolare in celtico brittonico (bretone e gallese), ma è stata attribuita erroneamente all’influenza germanica. Il piemonte include l’isoglossa Gu/V (ad esempio goardé/vardé) e come tutte le zone di contatto include eccezioni e ribaltamenti: guarito=varì, ma vomitare=gumité. Sempre ai celti viene attribuito l’infinito in é dei verbi contro il regolare à lombardo o canavesano. L’onnipresente tratto della lenizione consonantica intervocalica per cui P, T, C latina = V, D, G piemontese fino alla totale scomparsa della consonante è caratteristica delle lingue celtiche moderne dove riveste anche un importante ruolo morfologico. Come si vede, mentre il lessico piemontese è in gran parte di impronta latineggiante (il che non vuole dire che derivi direttamente dal latino imperiale, ma che la lingua locale poteva avere un’origine comune) le particolarità fonetiche indicano la presenza di un superstrato celtico rilevante.