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Gipo Farassino, il più grande cantautore in lingua piemontese è mancato l’11 dicembre 2013
Dic 12th, 2013 by linguapiemontese

Gipo Farassino

E se ne è andato anche Gipo ! E’ con il cuore veramente commosso che saluto il grande Farassino.

Rompo per una volta la consuetudine sabauda di non raccontare in pubblico i fatti propri perché devo ammettere che questo blog come tutto ciò che vi è dietro non sarebbe mai stato pensabile senza la figura di Gipo.

La musica

Ho conosciuto Gipo tramite i suoi dischi, la sua musica e solo molto più tardi tramite il teatro. Ero molto giovane, direi alle elementari, quando imparavo a memoria le sue gag comiche. Sapevo e molti anni dopo so ancora a memoria la predica o la serenata ciocaton-a. Ricordo di averle replicate al microfono su un pullman a Roma ad un autista che mi chiedeva la traduzione. E quante cassette ho consumato a furia di risentire i suoi brani.

“Veuj compreme na cassin-a…” era la ballata preferita che cantavo a mio figlio da piccolo come in un farsesco girotondo.

L’orgoglio

Nulla come Farassino ha nutrito in me l’orgoglio di essere piemontese. Era sentendo lui che ho cominciato ad amare questa lingua in nulla inferiore ad altre. Senza il suo insegnamento non avrei mai dato il giusto valore a questa preziosa reliquia, dono gratuito proveniente dai secoli passati.

L’insegnamento tipico della scuola circa un Piemonte rozzo, arcaico, mai baciato dal Rinascimento e quindi dalla cultura, buono solo per qualche accidente della storia ad unificare l’Italia in cui era destinato a disciogliersi, questo mostro dell’ideologia nazionalista italiana si tramutava in sdegno di fronte alla bellezza della lingua piemontese quando modellata nelle mani di un vero artista.

“L’Italia è Italia, benché il parlar sia indarno. Ma schin-a l’Arno: a-j’é mach d’acqua.”

La politica

Molti hanno rifiutato il Farassino politico, presunto traditore della classe operaia, per il suo progetto autonomista, ma anche quella parte ha avuto un ruolo importante in quegli anni di profondi cambiamenti alla fine della cosiddetta prima repubblica.

E nonostante la sua evidente disaffezione di fronte al crollo di quegli ideali in volgari ruberie non ha mai ceduto alla tentazione di abiurare. Gli avrebbero fatto ponti d’oro, ma lui non era così. Anche per questo lo rispetto.

” Col negòssi ‘d pen-nòira j’é pi nen e la Dòira a smija’n canal ambotijà.

Con ij sò mercà coatà Pòrta Pila a smija mòrta e mi canto magonà.

Pòrta Pila…”

Oggi la Dora è in lutto, così come dovrebbe esserlo Torino.

Cercheremo di essere degni del tuo insegnamento.

Ciao Gipo!

 

 

 

Estinzione del dialetto piemontese alle porte? Alcuni indicatori di vitalità linguistica
Feb 17th, 2012 by linguapiemontese

estinzione

L’estinzione del dialetto piemontese e quella dei suoi cugini nelle diverse regioni italiane non è certo uno di quegli argomenti che mobilitino le folle.

L’ondata politica autonomista degli anni Novanta del secolo scorso sembra essersi placidamente sopita.

Il pensiero prevalente rimane sostanzialmente pessimista. Sembra che la questione non sia se il piemontese cesserà di essere parlato, ma quando.

INDICATORI DI VITALITA’ DI UNA LINGUA

Sul sito del SIL international, una delle più importanti organizzazioni per la difesa delle lingue in pericolo, ho trovato un interessante articolo relativo agli indicatori di vitalità di una lingua.

Queste otto spie sono state testate sulle lingue della Papua Nuova Guinea, uno dei paradisi dei linguisti con moltissimi idiomi in un fazzoletto di terra.

Con qualche adattamento essi sono però applicabili anche alla situazione occidentale. Ho voluto quindi valutare la situazione del piemontese in base a questi indicatori:

1) URBANIZZAZIONE

Il primo è la posizione rispetto ai centri urbani della parlata in esame. In particolare aree rurali isolate e ben lontane dalle città favoriscono il mantenimento di una parlata.

Le situazioni urbane, invece, privilegiano delle lingue franche che possono essere capite da tutti i gruppi etnici che sulla città convergono.

In Piemonte ovviamente le grandi città vedono scomparire più precocemente la lingua madre in favore dell’italiano. E’ pur vero che qui anche la situazione nelle campagne è grave.

2) AMBIENTI DI UTILIZZO

Il secondo indicatore è il numero delle diverse sfere della vita sociale in cui la lingua è utilizzata.

Ufficialmente la nostra lingua è vietata nelle sedi assembleari elettive, a meno di essere corredato da traduzione.

Il piemontese non è di fatto utilizzato negli uffici pubblici, nelle aziende (tranne piccole imprese soprattutto agricole o artigianali), nei mass media, nella scuola, nelle celebrazioni religiose ecc.

I campi sociali in cui è utilizzato si limitano alla famiglia, a rapporti amicali e in forma limitata a teatro e musica. Sono sviluppati l’editoria e vi sono alcune presenze sul web, l’unico campo innovativo.

3) INTERFERENZE LINGUISTICHE

Frequenza e tipo del cambiamento di codice: quando due diverse lingue interferiscono tra loro presso lo stesso parlante.

Partendo dalla realtà di una comunità omogenea parlante piemontese nei decenni l’italiano si è infiltrato sempre di più: sia a livello di lessico (passaggio da stissa d’eva a gocia d’acqua) sia di sintassi (costruzioni italianeggianti, modi di dire)

Oggi è l’italiano la lingua base, su cui, soprattutto per ragioni di enfasi, si innesta qualche vocabolo piemontese (come la scritta Gautedasuta che campeggia sui SUV)

4) IMMIGRAZIONE

Lingua di adozione degli immigrati nell’area esaminata: è una condizione estremamente semplice da verificare.

In Piemonte l’ultima ondata migratoria che ha adottato in massa la lingua regionale è stata quella veneta.

La successiva emigrazione dal sud non ha invece portato all’adozione del “dialetto” locale in misura significativa.

5) STRUTTURA DELLE RELAZIONI SOCIALI

La presenza di strutture di relazioni dense tra individui porta a rafforzare il linguaggio utilizzato.

Per struttura densa si intende una relazione tra due persone dovuta a più di un fattore: ad esempio A e B sono fratelli, ma anche soci della stessa cooperativa. Potrebbero inoltre fare parte dello stesso fan club di calcio, frequentano stesso bar ecc.

Per il piemontese significherebbe utilizzare la lingua in molteplici ambiti  sociali influenzando i comportamenti altrui.

Ognuno può verificare nel proprio contesto quanto siano dense le proprie relazioni. Di conseguenza può stimare quanto siano “linguisticamente missonari” i propri comportamenti.

6) ORGOGLIO IDENTITARIO

Una forte identità etnica, un orgoglio di gruppo anche riconosciuto all’esterno aiuta a salvaguardare il proprio linguaggio.

In Piemonte viviamo il paradosso di un’identità “buona”: essendo stati gli unificatori della nazione italiana, siamo quindi portatori d’acqua per un ideale più grande.

Questo riconoscimento, tuttavia, penalizza l’identità della patria piccola. L’adesione dei Savoia agli ideali risorgimentali, con il patrocinio dell’unità nazionale hanno dato un colpo fierissimo alla coscienza piemontese.

7) PRESTIGIO DELLA LINGUA

E’ in sé è ovviamente un fattore protettivo, anche se non garantisce la sopravvivenza.

Qui siamo agli antipodi della cultura anni ’70 per cui era disdicevole insegnare ai propri figli il “dialetto”: si tratta di uno dei punti in cui la nostra lingua è messa peggio.

Ne tratto come un leitmotiv nel mio poema Piemonteide in cui uno dei protagonisti è la lingua piemontese personificata.

Il piemontese è circondato da idiomi che hanno sempre gettato un’ombra di discredito su di esso: inferiore al latino, al provenzale, al francese ed infine all’italiano.

8 ) PRESTIGIO DI ALTRE LINGUE

L’interesse economico-sociale ad adottare una nuova lingua è chiaramente esiziale per la parlata precedente.

Stiamo vedendo le forti pressioni in tal senso per imporre l’inglese (non puoi non saperlo, all’estero cosa parli, è nei curricula scolastici, non vuoi essere tagliato fuori, è il nuovo che avanza…). Un fenomeno analogo era già  successo con l’italiano.

Agli otto punti sopra descritti ne aggiungerei altri due più rilevanti nel contesto occidentale:

9) MASS MEDIA

I mass media, nostri compagni di viaggio occulti,  impongono unidirezionalmente il proprio linguaggio elitario: su questo ci sarebbe da riservare un articolo apposito.

10) POLITICA

La mancanza di rappresentanza politica adeguate delle istanze locali.

I nostri vicini hanno ottenuto riconoscimenti ufficiali della propria parlata: in Valle d’Aosta il francese ha parità di trattamento, mentre anche in Piemonte  occitani, francoprovenzali e walser hanno lo statuto legale di lingua minoritaria.

Purtroppo  è indubitabile che l’unico movimento autonomista con un seguito rilevabile politicamente ( diciamo oltre il 5 %), cioè la Lega Nord, abbia sempre puntato su rivendicazioni economiche (Roma ladrona) o etniche (Stop all’immigrazione) piuttosto che linguistiche.

D’altronde una lingua padanese, a prescindere da molte fantasie in tal senso, non esiste.

Solo saltuariamente i politici si sono battuti contro l’estinzione del dialetto piemontese, pur riconosciuto dal Consiglio d’Europa.

 

Museo della lingua e della cultura piemontese: una chimera?
Feb 15th, 2012 by linguapiemontese

cultura piemontese

La cultura piemontese e la sua lingua non meritano un’istituzione che le sia dedicata? Non sto parlando di chimere come un assessorato specifico o una facoltà universitaria.

Parlo più semplicemente di un museo specificamente rivolto agli amanti della piemontesità a tutto tondo. Esistono molti musei che riflettono aspetti particolari della cultura piemontese, ma non uno che la sintetizzi spiegandola al pubblico.

Il progetto di museo della cultura piemontese

Non trovando nulla di concreto inizio a sognare ed immagino come sarebbe tale museo: si trova ovviamente a Torino in zona centrale.

E’ stato progettato secondo gli ultimi sviluppi della museologia, con postazioni interattive e spazi dedicati ai bimbi e alla didattica. E’ fruibile da tutti anche con la tessera dei musei.

Inserito in un antico palazzo nobiliare nel cui cortile interno è presente una struttura avveniristica a forma di gianduiotto.

I turisti e gli studiosi sono accompagnati dai volontari “Amis dla lenga piemontèisa”. Le collaborazioni con istituzioni ed atenei internazionali stanno rendendo celebre questo museo…

Tornando sulla nostra terra…

Questo articolo è di pura fantacronaca in quanto la lingua piemontese non è neppure riconosciuta come idioma dalla normativa nazionale. Non solo non le è dedicato alcun museo, ma pare che allo Stato non interessi molto della sua esistenza.

La presentazione ufficiale di un’iniziativa simile è invece effettivamente avvenute sul giornale degli abbonati della Tessera dei Musei: si tratta di Son de lenga, dedicato alla lingua occitana presso l’espaci occitan di Dronero.

Senza alcuno spirito di rivalità con gli occitani, non potremmo anche noi piemontesi organizzare qualcosa del genere?
O con la non nata televisione in lingua piemontese questo resterà uno dei sogni che non riusciremo mai a realizzare? Che cosa pensate di queste mancanze?

A tutti i miei lettori dico: GENEVE NEN, ANCALEVE PURA’D COMENTE’!
Non vi imbarazzate osate tranquillamente commentare!

 

Giornata internazionale della lingua madre: 21 febbraio
Feb 13th, 2012 by linguapiemontese

giornata internazionale della lingua madre

Il 21 febbraio di ogni anno dal 2000 l’Unesco celebra la Giornata internazionale della lingua madre. Essa vuole promuovere la diversità culturale e il multilinguismo.

Si celebra in questa data per ricordare una strage: il 21 febbraio del 1952 alcuni studenti bengalesi furono uccisi dalla polizia pakistana. Essi stavano dimostrando a favore del diritto ad utilizzare la propria lingua, diversa da quella ufficiale dello Stato.

Come molte azioni dell’ONU e dei suoi diversi “bracci” alle parole non seguono sempre i fatti e molte intenzioni rimangono sterili. Ciò non è naturalmente una buona ragione per non apprezzare un’iniziativa lodevole.

 

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA LINGUA MADRE IN PIEMONTE. NOI SIAMO ORFANI?

Ma che cosa è una lingua madre? Naturalmente per definizione quella o quelle dei propri antenati, in qualsiasi parte del pianeta risiedano.

Nel mio caso si tratterebbe del piemontese nella sua variante delle colline del Po, che ho già descritto nell’articolo sul dialetto di San Raffaele Cimena.

Il tema della giornata del 2012 è l’istruzione in lingua madre, si tratta quindi di un argomento caldissimo nella nostra regione.

Qui, infatti, sono stati deliberati tagli radicali agli insegnamenti in lingua piemontese (consultate il sito di Gioventura Piemontèisa per i dettagli sulla questione).

Avete mai sentito parlare della  Giornata internazionale della lingua madre dai nostri mass media? Ciò rende evidente quale sia l’interesse per la questione.

Secondo l’Atlante tenuto dall’Unesco stessa il piemontese sarebbe in pericolo, ma parlato da 2000000 di persone. La cifra sembra strana anche a loro, “inflated” cioè gonfiata. Non sto a commentare perché il buon senso è sufficiente.

Vorrei aggiungere una considerazione/provocazione: coloriamoci la pelle in modo diverso e indossiamo qualche gonnellino tribale.

A questo punto potremmo avere a nostra disposizione qualche associazione per la difesa dei popoli indigeni tipo Survival; in alternativa potremo suscitare l’interesse di qualche fondazione filantropica statunitense.

Noi piemontesi siamo un popolo ed anche indigeno, quindi perché appassionarsi solo a ciò che capita ad altre latitudini? Un genocidio culturale resta tale anche senza violenza e per apatia sociale.

Che cosa possiamo fare da parte nostra per festeggiare tale ricorrenza?

A tutti i miei lettori dico: GENEVE NEN, ANCALEVE PURA’D COMENTE’!
Non vi imbarazzate osate tranquillamente commentare!

Archeologia e politica: la rivista Archeo inventa la Padania Romana
Ago 20th, 2011 by linguapiemontese

Ho notato con piacere che il numero di luglio della rivista Archeo ha come argomento principale la Padania Romana. La questione è trattata dal professore Romolo (il che è tutto dire…) Staccioli.

Padania romana

La Padania Romana secondo Archeo

Il distillato di queste pagine intitolate “L’invenzione della Padania” può essere riassunto nei seguenti punti:

1 Furono i Romani ad associare per un secolo circa in un unico raggruppamento amministrativo le terre di Liguri, Celti e Veneti, popolazioni distinte e normalmente nemiche.

2 Queste terre dopo un secolo vissuto come provincia della Gallia Cisalpina divennero parte dell’Italia.

3 La fondazione di molte colonie latine e romane in tali territori influenzarono pesantemente l’evoluzione successiva.

4 Le classi indigene più elevate tesero a romanizzarsi in cambio di favori economici e politici.

Fino a questo punto nulla da dire anche se l’importanza delle colonie romane e latine probabilmente viene spesso esagerata.

La cornice in cui queste vicende vengono inserite è invece tesa a dimostrare l’assurdità delle attuali rivendicazioni padaniste, esaltando alcuni fatti e sminuendone altri.

In particolare viene magnificata l’alleanza tra Veneti e Romani con sottile ironia, visto l’attuale sentimento di quella regione.

Altrettanto perfidamente viene ricordato che l’unica guerra di secessione nella penisola fu combattuta dagli italici centromeridionali contro Roma e i Cisalpini non vi parteciparono se non come alleati di Roma.

Alcuni fatti storici lasciati in ombra nell’articolo

Tra le righe, depurando ogni furore unitario da 150esimo anniversario dell’Italia moderna, si può comunque trarre un quadro ben differente. Infatti molte grandi tribù celtiche combatterono contro Roma e, sconfitte, cercarono di sollevarsi con l’appoggio di Annibale.

La riconquista dopo la seconda guerra punica fu ancora più dura. Non si ricorda nell’articolo la deportazione di 36000 Salassi (valdostani e canavesani) come schiavi.

Di sfuggita è trattata anche la secolare lotta per rimanere indipendenti dei Ligures (cioè anche dei monferrini e langaroli).
Vi si commisero tali efferatezze da scandalizzare persino il Senato romano.

Il rapporto tra Roma e popoli padani fu in altri casi ambivalente come quelle del re di Susa che di fatto divenne vassallo.

Di questi avvenimenti tratto nei canti dall’ottavo all’undicesimo del mio poema Piemonteide in cui cerco di fare prevalere una visione meno romanofila e di mostrare tutte le opinioni presenti all’epoca.

Uno dei personaggi ben evidenziati nell’articolo è il capo dei popolari Caio Flaminio che nelle terre padane vedeva solo campi da distribuire ai suoi partigiani politici e schiavi per Roma. Questo ad indicare quale sentimento “patriottico” da “Italia unita” aleggiasse nelle teste dei colonizzatori.

L’articolo  sostiene che la prima unione di culture in Padania fosse rappresentata dalla Gallia Cisalpina. In realtà l’archeologia mostra come nella preistoria diverse culture avessero già unificato tale territorio.

Tutte queste osservazioni lasciano impregiudicate le opinioni che chiunque può avere relative all’attuale fase politica. Da una rivista blasonata come Archeo ci si aspetterebbe un maggiore coraggio nella presentazione di tutti i fatti storici.

Pasolini e la morte del dialetto: le sue profezie e la realtà attuale
Lug 30th, 2011 by linguapiemontese

Pasolini morte del dialetto

Ho avuto un unico incontro, ma per me molto significativo, con il pensiero di Pasolini: risale alle scuole medie quando sull’Antologia di italiano avevo trovato una sua splendida poesia in friulano.

Al giorno d’oggi basta digitarne in internet l’incipit “Co la sera a si piert” per trovarne decine di versioni, ma all’epoca (anni ’80) la decisione di includere testi dialettali in un testo scolastico era piuttosto ardita. Ovviamente quella pagina era stata saltata tranquillamente  dalla mia insegnante.

Molti anni dopo ho acquistato la raccolta di testi pasoliniani “Scritti corsari” e ne ho trovato profonde consonanze.

Il significato sociolinguistico del dialetto negli “Scritti corsari”

“E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi che non in epoche così lontane da parere astratte.”

“Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto…in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà (che in Italia è stata sempre particolare, eccentrica, concreta: mai centralistica; mai del potere)”

“Simbolo di questa deviazione brutale e niente affatto rivoluzionaria della propria tradizione culturale è l’annichilimento e l’umiliazione del dialetto che pur restando intatto – statisticamente parlato dallo stesso numero di persone – non è più un modo di essere ed un valore.”

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”

“Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.”

Le cause della morte del dialetto nel pensiero pasoliniano

Sociologicamente l’Italia pre miracolo economico era un aggregato di gruppi sociali mutuamente distinti e non intenzionati a mescolarsi.

Il dialetto era il codice del singolo gruppo sociale e la vitalità del gruppo si rifletteva nella vitalità del dialetto.

La civiltà dei consumi ha imposto un modello umano universale di consumatore che per ragioni economiche deve essere il più possibile omogeneo o omologato.

La lingua della televisione si impone come modello unico nazionale ed il dialetto viene rifiutato come arretrato.

In sintesi lo scioglimento dei diversi gruppi sociali (con il proprio dialetto codice o bandiera vitale ed innovativo) in una enorme aspirante classe media omogenea ed omologata (con un italiano malamente imparato dai mezzi di comunicazione di massa, in primis radio e televisione) è la causa della dissoluzione per vergogna o abiura dei dialetti.

La vitalità dei dialetti quaranta anni dopo

Quando Pasolini scrisse di questo io non ero ancora nato ed il panorama attuale è ben diverso, ma storicamente riconosco che la visione fosse corretta.

Nel frattempo le vecchie classi di età, tutte sostanzialmente dialettofone, almeno in Piemonte hanno procreato una generazione (la mia, classe ’75) tutta sostanzialmente italianofona.

Non vi è alcuna possibile sopravvivenza di una lingua che non viene più trasmessa. Non siamo più di fronte alla semplice perdita di vitalità del dialetto, ma alla sua scomparsa statistica (basta attendere).

 

Dialetto e cultura popolare

Pasolini riteneva che il dialetto riflettesse una forma di realtà popolare e fosse per natura inadatto ad esprimere valori intellettualmente astratti. In ciò il suo pensiero è coincidente con quello di Umberto Eco sul piemontese.

Questo ragionamento non appare più valido perché chi oggi sceglie il dialetto lo fa con un atto libero (anzi anticonformistico): chi lo utilizza è libero di riversare i contenuti che meglio crede nel contenitore linguistico volontariamente scelto.

Non sussiste più la relazione biunivoca tra dialetto e cultura popolare.

Ad esempio La Wikipedia in piemontese non è lo sforzo inutile di qualche fanatico, ma un prodotto intrinsecamente illuminista (sempre di enciclopedia e quindi di sapere elevato e para-ufficiale si tratta), di una neo elite attualmente perdente dal punto di vista della storia politica e culturale.

Internet e la frammentazione in nicchie della classe media

Parallelamente altri fenomeni sociali hanno fatto cadere la censura sul dialetto come retaggio di ignoranza e povertà.

L’azione politica pluridecennale della Lega ha significativamente cercato di collegare istanze etniche ed economiche rifiutando il centralismo. Si tratta di una riapparizione della classe sociale pasoliniana?

Anche i movimenti glocal come quelli ispirati da Carlin Petrini (si veda l’ideologia di Terra Madre) sembrano spianare la strada al particolarismo.

La classe media o aspirante tale si è in realtà divisa in base ai propri interessi formando nuovi gruppi sociali. Fondamentale in ciò è la tecnologia di internet che permette l’organizzazione di nicchie (sostanzialmente gruppi sociali connessi tramite web).

Anche gli amanti del dialetto (come voi lettori di questo blog) sono più “gruppo” tramite questa tecnologia. Trovo significativo, infatti, che ogni esperienza di massa relativa al piemontese sia fallita (no televisione, no giornali) mentre video e blog piemontesisti a modo loro (cioè con costo=ricavo=0€) prosperino.

L’istinto del linguaggio: dal saggio di Pinker una visione scientifica delle questioni sociolinguistiche
Lug 17th, 2011 by linguapiemontese

Ho recentemente avuto modo di rileggere l’avvincente libro “L’istinto del linguaggio” di Steven Pinker.

istinto del linguaggio

E’ un concentrato di idee potenti e salde dal punto di vista teorico corredate da gustose esemplificazioni. Lo humour che condisce il saggio è ebraico-newyorkese “alla Woody Allen”.

Si tratta di un’opera che fa esclamare: “Già, è proprio così!” in molti suoi punti. Inoltre disintegra alcuni falsi miti spacciati per certezze nel gossip delle scienze sociali.

L’istinto del linguaggio è innato, le lingue sono apprese

Base della costruzione pinkeriana è l’idea di Noam Chomsky relativa al linguaggio come facoltà innata e strutturata dell’uomo moderno.

Non esiste uno spazio vuoto nel cervello che viene riempito con gli stimoli linguistici provenienti dall’ambiente.

Al contrario vi è una struttura semplice, ma potente che organizza i suggerimenti esterni secondo uno schema universale.

Il linguaggio non è un artefatto culturale, ma un istinto, una facoltà innata ad apprendere un’arte comunicativa.

Da questo concetto di base si sviluppano altre idee cardine tra cui scelgo liberamente quelle attinenti agli argomenti di questo blog.

Tutte le lingue si assomigliano, tutte sono allo stesso livello

Un primo effetto è che la struttura innata della mente (come viene sviluppata sotto la spinta del patrimonio genetico in un individuo sano psichicamente) costringe ad organizzare il linguaggio in forme standardizzate uguali in tutte le lingue del mondo.

Sostantivi, verbi, aggettivi & Co. sotto le differenze di facciata hanno sostanzialmente le stesse funzioni ovunque.

Le costruzioni culturali, come le invenzioni tecniche, variano enormemente nel globo. Ciò rende possibile distinguere diversi tipi di civilizzazione (caccia e raccolta, agricoltura e pastorizia, società stratificate) con prodotti culturali diversissimi (dalla pietra scheggiata alla sonda interplanetaria).

Nulla di tutto ciò è presente in campo linguistico. Le lingue di tutto il mondo sono infatti strutture potenti e complesse, non esistono abbozzi di grammatica, mezzi sostantivi, falsi verbi ecc.

Non esiste alcuna correlazione tra lo stadio di civilizzazione di un popolo e la completezza del suo idioma. Esso sarà sempre perfettamente utilizzabile per tutti gli usi richiesti.

Ciò significa pari dignità per tutte le parlate ovunque esse siano situate nella scala sociale.

Per stare in Piemonte tra italiano e piemontese, ligure e lombardo, provenzale e francoprovenzale, walser ed ebraico-piemontese e perfino (il vocabolo è volutamente ironico) le parlate “zingare” del nostro territorio.

Il pensiero è diverso dal linguaggio

Un’altra idea che viene spazzata via è che noi pensiamo in una lingua specifica. In realtà esiste un mentalese composto da immagini e concetti non verbalizzati.

Per ovvie ragioni legate alla comunicazione tra individui il mentalese viene costantemente tradotto in una lingua naturale.

Persone che non hanno appreso una lingua (neonati e bimbi piccoli, sordi, alcuni tipi di malati) possono correttamente ragionare senza l’ausilio della conoscenza di un linguaggio.

La lingua non impone di pensare in un determinato modo

Ne deriva un concetto politicamente scorretto, ma estremamente egualitario: non esistono lingue diversamente abili, strutturalmente incapaci di esprimere qualche concetto.

E’ chiaro che una lingua parlata in un deserto avrà delle carenze a descrivere neve e valanghe, ma solo in quanto è il concetto stesso ad essere sconosciuto in quell’ambiente, una volta introdotto…no problem.

A questo si lega la distruzione del mito della lingua che plasmerebbe il pensiero consentendo certi pensieri ed impedendone altri: a certi popoli sarebbero vietate alcune idee in quanto non esprimibili nella propria lingua.

Coraggio, piemontesi: nessuno vi impedisce di pensare al babà al rhum o alle orecchiette con la rucola…

Apprendere una lingua nei primi anni è istintivo, dopo no

Una parte del libro che ho trovato interessantissima e molto confortante è legata alle finestre temporali nell’apprendimento di una lingua.

I bimbi fino intorno ai quattro anni possiedono un “kit” molto flessibile per imparare un idioma.

Hanno, ad esempio, la capacità di organizzare fluentemente un discorso in una lingua che hanno sentito solo da insegnanti che non la padroneggiano affatto.

Questo vero miracolo è sempre legato all’istinto del linguaggio innato che fornisce al bimbo delle tecniche di autocorrezione, anche in presenza di adulti malparlanti.

Questa è la risposta definitiva alla diffusissima obiezione: “Io non insegno il dialetto a mio figlio, tanto lo parlo già male io”.

Più tristi sono le valutazioni sul periodo post quattro anni. Infatti quel magico kit per l’apprendimento di un idioma a livello madrelingua semplicemente scompare. Ciò che avviene dopo è un normale apprendimento di lingua straniera!

Da qui deriva lo scarso effetto pratico della battaglia culturalmente sacrosanta dell’insegnamento del”dialetto” nelle scuole. Alla luce della moderna psicolinguistica andrebbe aggiornata con una ben più efficace lotta per il piemontese negli asili e nei nidi.

Una curiosità linguistica personale

Sento il piemontese dalla nascita perché tutti in famiglia lo parlavano tranne che con me. Ritengo di comprenderlo a livello di madrelingua, ma ho sempre utilizzato come unica lingua l’italiano.

Non sono mai stato in condizione di dover parlare in dialetto. Quando ci provo (sono già piuttosto oltre il limite dei quattro anni di età…) rischio sempre di avere un’interferenza addirittura con l’inglese.

Evidentemente utilizzo qualche circuito neuronale in cui allegramente convivono tutte le “lingue straniere” apprese nel tempo.

Cerea. Bye.

Umberto Eco contro la Wikipedia in piemontese: dialetto inadatto ad usi troppo intellettuali?
Ott 18th, 2010 by linguapiemontese

Anzitutto la citazione di Umberto Eco da l’Espresso del 23 settembre 2010:

umberto eco

“Infatti il dialetto, ottimo per il comico, il familiare, il concreto quotidiano, il nostalgico-sentimentale, e spesso il poetico, alle nostre orecchie deprime i contenuti concettuali nati e sviluppatisi in altra lingua.”

E ancora:

“Sostituire i dialetti alle lingue nazionali, come vogliono alcuni sconsiderati, significa ripiombare nel ghetto tante popolazioni che avevano avuto la possibilità di guardare al di là dei confini del loro villaggio.”

Ecco il succo di un articolo che Umberto Eco, il pensatore piemontese (…) ha dedicato all’uso del nostro dialetto piemontese (naturalmente chiamarlo lingua sarebbe troppo per gli schemi intellettuali veterogiacobini) su internet.

Tutta la catena di precisazioni e delimitazioni dell’uso del dialetto è stata originata dalla lettura di una pagina di filosofia sulla wikipedia piemontese.

Al pensatore alessandrino pare riprovevole utilizzare il dialetto per scopi intellettuali. Posizione questa decisamente elitaria e poco legata alla tradizione di quella sinistra di cui lo scrittore è da sempre bandiera.

Limitare l’uso della lingua piemontese al solo ambito privato-popolare riservando alle materie “nobili” l’italiano o altre lingue nazionali ripropone dopo settecento anni la questione della “volgar lingua” di Dante.

Nessuna lingua è più portata di altre all’erudizione. Nessuna lingua è inabie, incapace di veicolare pensieri di ogni tipo per presunta indegnità.

Per secoli l’italiano (o meglio il fiorentino) è stato ritenuto inadatto in certi campi (si pensi al latino ecclesiastico che ha resistito fino agli anni ’60).

In moltissimi casi le classi dominanti hanno cercato di distinguersi dalla parlata popolare e questa è la causa del pregiudizio di “naturale indegnità” delle parlate definite dialetti.

Spero che, nonostante il fastidio presso le alte sfere della cultura, l’ottimo esempio della wikipedia piemontese possa valere come testimonianza concreta della versatilità del nostro idioma anche in campi specialistici solitamente riservati alle caste universitarie con il loro italiano latineggiante, grecocentrico e anglodipendente.

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