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Estinzione del dialetto piemontese alle porte? Alcuni indicatori di vitalità linguistica
febbraio 17th, 2012 by linguapiemontese

estinzione

L’estinzione del dialetto piemontese e quella dei suoi cugini nelle diverse regioni italiane non è certo uno di quegli argomenti che mobilitino le folle.

L’ondata politica autonomista degli anni Novanta del secolo scorso sembra essersi placidamente sopita.

Il pensiero prevalente rimane sostanzialmente pessimista. Sembra che la questione non sia se il piemontese cesserà di essere parlato, ma quando.

INDICATORI DI VITALITA’ DI UNA LINGUA

Sul sito del SIL international, una delle più importanti organizzazioni per la difesa delle lingue in pericolo, ho trovato un interessante articolo relativo agli indicatori di vitalità di una lingua.

Queste otto spie sono state testate sulle lingue della Papua Nuova Guinea, uno dei paradisi dei linguisti con moltissimi idiomi in un fazzoletto di terra.

Con qualche adattamento essi sono però applicabili anche alla situazione occidentale. Ho voluto quindi valutare la situazione del piemontese in base a questi indicatori:

1) URBANIZZAZIONE

Il primo è la posizione rispetto ai centri urbani della parlata in esame. In particolare aree rurali isolate e ben lontane dalle città favoriscono il mantenimento di una parlata.

Le situazioni urbane, invece, privilegiano delle lingue franche che possono essere capite da tutti i gruppi etnici che sulla città convergono.

In Piemonte ovviamente le grandi città vedono scomparire più precocemente la lingua madre in favore dell’italiano. E’ pur vero che qui anche la situazione nelle campagne è grave.

2) AMBIENTI DI UTILIZZO

Il secondo indicatore è il numero delle diverse sfere della vita sociale in cui la lingua è utilizzata.

Ufficialmente la nostra lingua è vietata nelle sedi assembleari elettive, a meno di essere corredato da traduzione.

Il piemontese non è di fatto utilizzato negli uffici pubblici, nelle aziende (tranne piccole imprese soprattutto agricole o artigianali), nei mass media, nella scuola, nelle celebrazioni religiose ecc.

I campi sociali in cui è utilizzato si limitano alla famiglia, a rapporti amicali e in forma limitata a teatro e musica. Sono sviluppati l’editoria e vi sono alcune presenze sul web, l’unico campo innovativo.

3) INTERFERENZE LINGUISTICHE

Frequenza e tipo del cambiamento di codice: quando due diverse lingue interferiscono tra loro presso lo stesso parlante.

Partendo dalla realtà di una comunità omogenea parlante piemontese nei decenni l’italiano si è infiltrato sempre di più: sia a livello di lessico (passaggio da stissa d’eva a gocia d’acqua) sia di sintassi (costruzioni italianeggianti, modi di dire)

Oggi è l’italiano la lingua base, su cui, soprattutto per ragioni di enfasi, si innesta qualche vocabolo piemontese (come la scritta Gautedasuta che campeggia sui SUV)

4) IMMIGRAZIONE

Lingua di adozione degli immigrati nell’area esaminata: è una condizione estremamente semplice da verificare.

In Piemonte l’ultima ondata migratoria che ha adottato in massa la lingua regionale è stata quella veneta.

La successiva emigrazione dal sud non ha invece portato all’adozione del “dialetto” locale in misura significativa.

5) STRUTTURA DELLE RELAZIONI SOCIALI

La presenza di strutture di relazioni dense tra individui porta a rafforzare il linguaggio utilizzato.

Per struttura densa si intende una relazione tra due persone dovuta a più di un fattore: ad esempio A e B sono fratelli, ma anche soci della stessa cooperativa. Potrebbero inoltre fare parte dello stesso fan club di calcio, frequentano stesso bar ecc.

Per il piemontese significherebbe utilizzare la lingua in molteplici ambiti  sociali influenzando i comportamenti altrui.

Ognuno può verificare nel proprio contesto quanto siano dense le proprie relazioni. Di conseguenza può stimare quanto siano “linguisticamente missonari” i propri comportamenti.

6) ORGOGLIO IDENTITARIO

Una forte identità etnica, un orgoglio di gruppo anche riconosciuto all’esterno aiuta a salvaguardare il proprio linguaggio.

In Piemonte viviamo il paradosso di un’identità “buona”: essendo stati gli unificatori della nazione italiana, siamo quindi portatori d’acqua per un ideale più grande.

Questo riconoscimento, tuttavia, penalizza l’identità della patria piccola. L’adesione dei Savoia agli ideali risorgimentali, con il patrocinio dell’unità nazionale hanno dato un colpo fierissimo alla coscienza piemontese.

7) PRESTIGIO DELLA LINGUA

E’ in sé è ovviamente un fattore protettivo, anche se non garantisce la sopravvivenza.

Qui siamo agli antipodi della cultura anni ’70 per cui era disdicevole insegnare ai propri figli il “dialetto”: si tratta di uno dei punti in cui la nostra lingua è messa peggio.

Ne tratto come un leitmotiv nel mio poema Piemonteide in cui uno dei protagonisti è la lingua piemontese personificata.

Il piemontese è circondato da idiomi che hanno sempre gettato un’ombra di discredito su di esso: inferiore al latino, al provenzale, al francese ed infine all’italiano.

8 ) PRESTIGIO DI ALTRE LINGUE

L’interesse economico-sociale ad adottare una nuova lingua è chiaramente esiziale per la parlata precedente.

Stiamo vedendo le forti pressioni in tal senso per imporre l’inglese (non puoi non saperlo, all’estero cosa parli, è nei curricula scolastici, non vuoi essere tagliato fuori, è il nuovo che avanza…). Un fenomeno analogo era già  successo con l’italiano.

Agli otto punti sopra descritti ne aggiungerei altri due più rilevanti nel contesto occidentale:

9) MASS MEDIA

I mass media, nostri compagni di viaggio occulti,  impongono unidirezionalmente il proprio linguaggio elitario: su questo ci sarebbe da riservare un articolo apposito.

10) POLITICA

La mancanza di rappresentanza politica adeguate delle istanze locali.

I nostri vicini hanno ottenuto riconoscimenti ufficiali della propria parlata: in Valle d’Aosta il francese ha parità di trattamento, mentre anche in Piemonte  occitani, francoprovenzali e walser hanno lo statuto legale di lingua minoritaria.

Purtroppo  è indubitabile che l’unico movimento autonomista con un seguito rilevabile politicamente ( diciamo oltre il 5 %), cioè la Lega Nord, abbia sempre puntato su rivendicazioni economiche (Roma ladrona) o etniche (Stop all’immigrazione) piuttosto che linguistiche.

D’altronde una lingua padanese, a prescindere da molte fantasie in tal senso, non esiste.

Solo saltuariamente i politici si sono battuti contro l’estinzione del dialetto piemontese, pur riconosciuto dal Consiglio d’Europa.

 

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