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Pasolini e la morte del dialetto: le sue profezie e la realtà attuale
Lug 30th, 2011 by linguapiemontese

Pasolini morte del dialetto

Ho avuto un unico incontro, ma per me molto significativo, con il pensiero di Pasolini: risale alle scuole medie quando sull’Antologia di italiano avevo trovato una sua splendida poesia in friulano.

Al giorno d’oggi basta digitarne in internet l’incipit “Co la sera a si piert” per trovarne decine di versioni, ma all’epoca (anni ’80) la decisione di includere testi dialettali in un testo scolastico era piuttosto ardita. Ovviamente quella pagina era stata saltata tranquillamente  dalla mia insegnante.

Molti anni dopo ho acquistato la raccolta di testi pasoliniani “Scritti corsari” e ne ho trovato profonde consonanze.

Il significato sociolinguistico del dialetto negli “Scritti corsari”

“E in tutto il mondo povero intorno a me, il dialetto pareva destinato a non estinguersi che non in epoche così lontane da parere astratte.”

“Fra le altre tragedie che abbiamo vissuto…in questi ultimi anni, c’è stata anche la tragedia della perdita del dialetto, come uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà (che in Italia è stata sempre particolare, eccentrica, concreta: mai centralistica; mai del potere)”

“Simbolo di questa deviazione brutale e niente affatto rivoluzionaria della propria tradizione culturale è l’annichilimento e l’umiliazione del dialetto che pur restando intatto – statisticamente parlato dallo stesso numero di persone – non è più un modo di essere ed un valore.”

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi”

“Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali.”

Le cause della morte del dialetto nel pensiero pasoliniano

Sociologicamente l’Italia pre miracolo economico era un aggregato di gruppi sociali mutuamente distinti e non intenzionati a mescolarsi.

Il dialetto era il codice del singolo gruppo sociale e la vitalità del gruppo si rifletteva nella vitalità del dialetto.

La civiltà dei consumi ha imposto un modello umano universale di consumatore che per ragioni economiche deve essere il più possibile omogeneo o omologato.

La lingua della televisione si impone come modello unico nazionale ed il dialetto viene rifiutato come arretrato.

In sintesi lo scioglimento dei diversi gruppi sociali (con il proprio dialetto codice o bandiera vitale ed innovativo) in una enorme aspirante classe media omogenea ed omologata (con un italiano malamente imparato dai mezzi di comunicazione di massa, in primis radio e televisione) è la causa della dissoluzione per vergogna o abiura dei dialetti.

La vitalità dei dialetti quaranta anni dopo

Quando Pasolini scrisse di questo io non ero ancora nato ed il panorama attuale è ben diverso, ma storicamente riconosco che la visione fosse corretta.

Nel frattempo le vecchie classi di età, tutte sostanzialmente dialettofone, almeno in Piemonte hanno procreato una generazione (la mia, classe ’75) tutta sostanzialmente italianofona.

Non vi è alcuna possibile sopravvivenza di una lingua che non viene più trasmessa. Non siamo più di fronte alla semplice perdita di vitalità del dialetto, ma alla sua scomparsa statistica (basta attendere).

 

Dialetto e cultura popolare

Pasolini riteneva che il dialetto riflettesse una forma di realtà popolare e fosse per natura inadatto ad esprimere valori intellettualmente astratti. In ciò il suo pensiero è coincidente con quello di Umberto Eco sul piemontese.

Questo ragionamento non appare più valido perché chi oggi sceglie il dialetto lo fa con un atto libero (anzi anticonformistico): chi lo utilizza è libero di riversare i contenuti che meglio crede nel contenitore linguistico volontariamente scelto.

Non sussiste più la relazione biunivoca tra dialetto e cultura popolare.

Ad esempio La Wikipedia in piemontese non è lo sforzo inutile di qualche fanatico, ma un prodotto intrinsecamente illuminista (sempre di enciclopedia e quindi di sapere elevato e para-ufficiale si tratta), di una neo elite attualmente perdente dal punto di vista della storia politica e culturale.

Internet e la frammentazione in nicchie della classe media

Parallelamente altri fenomeni sociali hanno fatto cadere la censura sul dialetto come retaggio di ignoranza e povertà.

L’azione politica pluridecennale della Lega ha significativamente cercato di collegare istanze etniche ed economiche rifiutando il centralismo. Si tratta di una riapparizione della classe sociale pasoliniana?

Anche i movimenti glocal come quelli ispirati da Carlin Petrini (si veda l’ideologia di Terra Madre) sembrano spianare la strada al particolarismo.

La classe media o aspirante tale si è in realtà divisa in base ai propri interessi formando nuovi gruppi sociali. Fondamentale in ciò è la tecnologia di internet che permette l’organizzazione di nicchie (sostanzialmente gruppi sociali connessi tramite web).

Anche gli amanti del dialetto (come voi lettori di questo blog) sono più “gruppo” tramite questa tecnologia. Trovo significativo, infatti, che ogni esperienza di massa relativa al piemontese sia fallita (no televisione, no giornali) mentre video e blog piemontesisti a modo loro (cioè con costo=ricavo=0€) prosperino.

Così come mi vengono: idee in libertà
Lug 17th, 2011 by linguapiemontese

idee

Un blog è fondamentalmente un diario con idee che possono almeno in parte interessare qualcun altro.

Tuttavia essendo stato svegliato da mia figlia alle cinque (ad essere ottimisti) di mattina della domenica, lascio per una volta alcune idee così come mi si sono presentate al mio cervello in carenza onirica.

Non pretendo di seguire alcuna logica coerente, né di avere alcuno scopo concreto.

Risonanze poetiche anglo-piemontesi

What is there?
Lòn ch’a j’é?
My eye and the night
Me euj e la neuit

Multi nantes in gurgite vasto

Soluzione al mistero del nome Noè nella Bibbia:
si tratta di un enigma insoluto, nelle versioni babilonesi ed ittite pare che il personaggio che costruì l’arca si chiamasse qualcosa come Utanapishtim, decisamente diverso dalla tradizione ebraica.

Non vi è alcun mistero alle orecchie di un piemontese: all’apertura dei rubinetti, Utanapishtim, che era stato preso in giro per settimane per il suo progetto nautico, con spirito di rivalsa e sarcasmo velenoso avrebbe gridato in piemontese agli sfortunati alluvionati:”Noé!”, vale a dire “Nuotate!”

Idee per rinnovare la scrittura: i geroglifici piemontesi

I due o tre personaggi che ancora parlano piemontese dopo avere litigato sull’ortografia della nostra lingua ed ispirati dal successo planetario del cinese, notoriamente scritto con centinaia di segni diversi, hanno deciso per una radicale riforma dei caratteri.

Stabilito il 2012 come anno di introduzione del nuovo sistema, come scherno all’anno precedente tutto dedicato all’Unità d’Italia, si sono valutate le seguenti opzioni:

1) Scrivere alla lombarda, usare i caratteri tipici del tedesco, le vocali con le dieresi e scrivere O e U come in italiano: tutti capirebbero immediatamente, persino un non piemontese potrebbe leggere da subito qualunque testo.
Proposta respinta perché se lo hanno fatto i milanesi noi facciamo diversamente.

2) Utilizzare i caratteri Maya: visto l’anno meglio ingraziarseli.
Proposta respinta perché effettivamente scolpire ogni documento nella pietra è un discreto aggravio di costi.

3) Collegandoci alla tradizione di studi subalpina utilizzare dei geroglifici dal vago aspetto egizio, ma con elementi tratti dalla cultura nostrana.
Siamo in grado di presentare le prime proposte.

Suoni consonantici: si possono disegnare tutti gli oggetti ed azioni rappresentati da monosillabi che iniziano con tale suono.

Suoni vocalici: visto che facevano tanto erudito già prima si è deciso di mantenere accenti, apostrofi, trattini ed altre diavolerie.

Esempio col suono P: a scelta una pagnotta (Pan),un piede (Pe), un segno più (Pi) o un pino (Pin), il fiume Po (Pò) eccetera.
Continuate voi!

L’istinto del linguaggio: dal saggio di Pinker una visione scientifica delle questioni sociolinguistiche
Lug 17th, 2011 by linguapiemontese

Ho recentemente avuto modo di rileggere l’avvincente libro “L’istinto del linguaggio” di Steven Pinker.

istinto del linguaggio

E’ un concentrato di idee potenti e salde dal punto di vista teorico corredate da gustose esemplificazioni. Lo humour che condisce il saggio è ebraico-newyorkese “alla Woody Allen”.

Si tratta di un’opera che fa esclamare: “Già, è proprio così!” in molti suoi punti. Inoltre disintegra alcuni falsi miti spacciati per certezze nel gossip delle scienze sociali.

L’istinto del linguaggio è innato, le lingue sono apprese

Base della costruzione pinkeriana è l’idea di Noam Chomsky relativa al linguaggio come facoltà innata e strutturata dell’uomo moderno.

Non esiste uno spazio vuoto nel cervello che viene riempito con gli stimoli linguistici provenienti dall’ambiente.

Al contrario vi è una struttura semplice, ma potente che organizza i suggerimenti esterni secondo uno schema universale.

Il linguaggio non è un artefatto culturale, ma un istinto, una facoltà innata ad apprendere un’arte comunicativa.

Da questo concetto di base si sviluppano altre idee cardine tra cui scelgo liberamente quelle attinenti agli argomenti di questo blog.

Tutte le lingue si assomigliano, tutte sono allo stesso livello

Un primo effetto è che la struttura innata della mente (come viene sviluppata sotto la spinta del patrimonio genetico in un individuo sano psichicamente) costringe ad organizzare il linguaggio in forme standardizzate uguali in tutte le lingue del mondo.

Sostantivi, verbi, aggettivi & Co. sotto le differenze di facciata hanno sostanzialmente le stesse funzioni ovunque.

Le costruzioni culturali, come le invenzioni tecniche, variano enormemente nel globo. Ciò rende possibile distinguere diversi tipi di civilizzazione (caccia e raccolta, agricoltura e pastorizia, società stratificate) con prodotti culturali diversissimi (dalla pietra scheggiata alla sonda interplanetaria).

Nulla di tutto ciò è presente in campo linguistico. Le lingue di tutto il mondo sono infatti strutture potenti e complesse, non esistono abbozzi di grammatica, mezzi sostantivi, falsi verbi ecc.

Non esiste alcuna correlazione tra lo stadio di civilizzazione di un popolo e la completezza del suo idioma. Esso sarà sempre perfettamente utilizzabile per tutti gli usi richiesti.

Ciò significa pari dignità per tutte le parlate ovunque esse siano situate nella scala sociale.

Per stare in Piemonte tra italiano e piemontese, ligure e lombardo, provenzale e francoprovenzale, walser ed ebraico-piemontese e perfino (il vocabolo è volutamente ironico) le parlate “zingare” del nostro territorio.

Il pensiero è diverso dal linguaggio

Un’altra idea che viene spazzata via è che noi pensiamo in una lingua specifica. In realtà esiste un mentalese composto da immagini e concetti non verbalizzati.

Per ovvie ragioni legate alla comunicazione tra individui il mentalese viene costantemente tradotto in una lingua naturale.

Persone che non hanno appreso una lingua (neonati e bimbi piccoli, sordi, alcuni tipi di malati) possono correttamente ragionare senza l’ausilio della conoscenza di un linguaggio.

La lingua non impone di pensare in un determinato modo

Ne deriva un concetto politicamente scorretto, ma estremamente egualitario: non esistono lingue diversamente abili, strutturalmente incapaci di esprimere qualche concetto.

E’ chiaro che una lingua parlata in un deserto avrà delle carenze a descrivere neve e valanghe, ma solo in quanto è il concetto stesso ad essere sconosciuto in quell’ambiente, una volta introdotto…no problem.

A questo si lega la distruzione del mito della lingua che plasmerebbe il pensiero consentendo certi pensieri ed impedendone altri: a certi popoli sarebbero vietate alcune idee in quanto non esprimibili nella propria lingua.

Coraggio, piemontesi: nessuno vi impedisce di pensare al babà al rhum o alle orecchiette con la rucola…

Apprendere una lingua nei primi anni è istintivo, dopo no

Una parte del libro che ho trovato interessantissima e molto confortante è legata alle finestre temporali nell’apprendimento di una lingua.

I bimbi fino intorno ai quattro anni possiedono un “kit” molto flessibile per imparare un idioma.

Hanno, ad esempio, la capacità di organizzare fluentemente un discorso in una lingua che hanno sentito solo da insegnanti che non la padroneggiano affatto.

Questo vero miracolo è sempre legato all’istinto del linguaggio innato che fornisce al bimbo delle tecniche di autocorrezione, anche in presenza di adulti malparlanti.

Questa è la risposta definitiva alla diffusissima obiezione: “Io non insegno il dialetto a mio figlio, tanto lo parlo già male io”.

Più tristi sono le valutazioni sul periodo post quattro anni. Infatti quel magico kit per l’apprendimento di un idioma a livello madrelingua semplicemente scompare. Ciò che avviene dopo è un normale apprendimento di lingua straniera!

Da qui deriva lo scarso effetto pratico della battaglia culturalmente sacrosanta dell’insegnamento del”dialetto” nelle scuole. Alla luce della moderna psicolinguistica andrebbe aggiornata con una ben più efficace lotta per il piemontese negli asili e nei nidi.

Una curiosità linguistica personale

Sento il piemontese dalla nascita perché tutti in famiglia lo parlavano tranne che con me. Ritengo di comprenderlo a livello di madrelingua, ma ho sempre utilizzato come unica lingua l’italiano.

Non sono mai stato in condizione di dover parlare in dialetto. Quando ci provo (sono già piuttosto oltre il limite dei quattro anni di età…) rischio sempre di avere un’interferenza addirittura con l’inglese.

Evidentemente utilizzo qualche circuito neuronale in cui allegramente convivono tutte le “lingue straniere” apprese nel tempo.

Cerea. Bye.

Sulle tracce dei Celti: CH, GU, E’. Aspetti fonetici della lingua piemontese
Lug 16th, 2011 by linguapiemontese

Ho già discusso della presenza di vocali turbate nella parlata subalpina, come tratto francesizzante e quindi celtizzante caratteristico. Ora vorrei trattare di altri fenomeni macroscopici che riportano all’antico popolo dei Celti.

celti in piemonte

Il CH gutturale tedesco viene dai Germani o dai Celti?

La tradizione etimologica di origine tedesca ha portato ad identificare molti fenomeni come di origine germanica, esagerandone il ruolo. Questo è avvenuto soprattutto a scapito dei Celti.

Tra le nozioni linguistiche diffuse a livello popolare vi è la “durezza” della lingua tedesca, spesso parodiata come nel fumetto Sturmtruppen.

Uno dei suoni responsabili di tale asprezza è il CH gutturale aspirato. Considerato un tratto tipico caratterizzante del tedesco, non è in realtà universale nelle lingue germaniche.Esso è più diffuso nel sud della Germania.

Un altro luogo dove è presente questo suono è l’Olanda a sud dei grandi fiumi (ad esempio il nome del calciatore Gullit iniziava in olandese con tale suono e non con la G all’italiana).

In area mediterranea è lo spagnolo a presentare il suono della jota che tuttavia non si estende dialettalmente a tutta la penisola iberica.

La Scozia è con l’Irlanda gaelica la terra tipica del CH fortemente aspirato (es: LochNess). Ricordo che la lettura di un brano in irlandese mi aveva colpito proprio per la presenza di questo suono.

Questo elemento porterebbe ad ipotizzare una origine celtica di questo suono: infatti solo i Celti erano diffusi in tutti i territori citati.
Se tale congettura fosse corretta bisognerebbe valutare la presenza di tale suono nelle lingue dell’Africa Settentrionale, camito-semitiche.

Si potrebbe pensare che le lingue celtiche siano penetrate in Europa dallo Stretto di Gibilterra. Gli altri Indoeuropei sarebbero invece giunti dal Medio Oriente.

Aspetti celtici nella lingua piemontese

Si tende nelle ricostruzioni etimologiche anche del piemontese a sovrabbondare con termini ricostruiti pseudogermanici, sottovalutando l’aspetto celtico. Ora è vero che il suono CH non è entrato direttamente in piemontese. E’ vero anche che alcune C e G dure del nostro idioma non sono altro che la sua trasformazione.

Un altro suono ben più diffuso è il GU in alternativa a V. Dove il latino aveva V le lingue con influenza celtica hanno trasformato tale suono in GU. E’ una trasformazione regolare in celtico brittonico (bretone e gallese), ma è stata attribuita erroneamente all’influenza germanica.

Il piemonte include l’isoglossa Gu/V (ad esempio goardé/vardé) .Come tutte le zone di contatto include, però, eccezioni e ribaltamenti: guarito=varì, ma vomitare=gumité.
Sempre ai celti viene attribuito l’infinito in é dei verbi contro il regolare à lombardo o canavesano.

E che dire dell’onnipresente tratto della lenizione consonantica intervocalica per cui P, T, C latina diventano V, D, G piemontese fino alla totale scomparsa della consonante? E’ caratteristica delle lingue celtiche moderne dove riveste anche un importante ruolo morfologico.

Mentre il lessico piemontese è prevalentemente di impronta latineggiante le particolarità fonetiche indicano la presenza di un superstrato celtico rilevante.

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